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la lirica è solo un costo?

Mentre scrivo sto ascoltando un CD con le melodie di opera che in tutto il mondo conoscono a memoria anche coloro che di italiano non sanno una parola.

 

E penso: possibile che quando sento discutere di musica lirica l'argomento verta sempre o quasi sulle ristrettezze economiche dovute ai continui tagli di fondi pubblici?

 

Mi chiedo allora: un patrimonio artistico così unico e profondamente italiano può essere considerato soltanto come un costo, magari anche un costo scomodo?

 

Perché gli enti italiani di cultura, le ambasciate e i consolati all'estero non vengono coordinati da una regia politica che comprenda come la cultura italiana - di cui la lirica è una delle gemme - non sia il vero catalizzatore dell'attenzione del mondo verso il nostro Paese?

 

L'export del "Made in Italy", di cui tanto spesso sentiamo parlare come ancora di salvezza dell'economia nazionale, non sarebbe nel lungo termine supportato molto meglio da una lungimirante politica di investimento mirata ad "invadere" Cina, India, Russia ed altri Paesi in via di sviluppo soprattutto con la nostra cultura?

 

Ho lavorato per un anno nella camera di commercio italiana a Mosca e ricordo ancora come troppo spesso le missioni commerciali e le fiere sapevano soltanto mostrare agli interlocutori locali i manufatti di produzione (sempre meno) italiana, finalizzati alla vendita un giorno per l’altro, senza avere la capacità di perseguire un disegno strategico di lungo periodo.

 

Si presta attenzione solo ad un approccio di breve periodo per il quale l'export di borse, scarpe e cucine passa prevalentemente attraverso la copertura pubblicitaria di griffe e marchi (anch’essi sempre meno italiani) con l’obiettivo di mantenere un valore aggiunto rispetto alla concorrenza e quindi un mark-up sul prezzo praticato. Ma quanto a lungo potrà risultare vincente questa strategia nei confronti dei marchi di altri Paesi?

 

Il vero vantaggio competitivo del nostro Paese non risiede né in competenze artigianali inapplicabili su scala industriale (tanto che anche la nuova normativa impone di svolgere in Italia solo due su quattro o cinque fasi di produzione per certificarne la fabbricazione italiana) né in ipotetici "stili di vita" che implicitamente si presuppone dover essere in assoluto migliori di altri. L'unico vantaggio italiano difendibile nel lungo periodo risiede in quelle espressioni artistiche con radici ben ancorate nella nostra storia, che non si possono né copiare né falsificare.

 

La lontananza dell’attuale classe politica da questa visione è evidente, con la spesa culturale in Italia che in proporzione al PIL rimane un terzo di quella dei lungimiranti francesi.

 

Il Governo italiano dovrebbe pensare ad investire nella promozione, ad esempio, della musica lirica italiana all'estero, specie in quei Paesi che ancora hanno di noi un'immagine un po' romantica e antica, fino a che siamo in tempo! E vedremo che anche borse, scarpe e gonne pian piano ne beneficeranno. Ma per far questo serve capire che cultura e sviluppo economico, pur appartenendo a realtà ministeriali distinte, sono parte dello stesso progetto e non possono essere divise pena la perdita di opportunità che vanno colte oggi, subito.
Discussione cominciata da Stefano Filippini Lera , il 08 Giugno 02:27 pm
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